(06/07/04) Rapporto sul mercato del lavoro: occupazione +1,5%
Nel 2003 il numero degli occupati in Emilia-Romagna cresce ancora di circa 27mila unità (di cui 19mila donne): in termini percentuali la crescita è del +1,5% sul 2002La crescita dell'occupazione regionale del 2003 ha generato un aumento del tasso di occupazione che, calcolato con riferimento alla popolazione di età fra i 15 e i 64 anni, arriva al 68,3%, ben al di sopra dell'obiettivo europeo per il 2005, fissato al 67% (a livello nazionale la stessa percentuale non supera il 56%). Il tasso di disoccupazione scende così dal 3,3% del 2002 al 3,1% del 2003. Questi i dati contenuti nel rapporto "Economia e lavoro in Emilia-Romagna" curato da Gilberto Seravalli dell'Università di Parma per la Regione Emilia-Romagna.
L'aumento dell'occupazione in Emilia-Romagna - particolarmente concentrato sulle province di Parma, Ferrara e Piacenza - è stato accompagnato da un sostenuto incremento dell'offerta di lavoro da parte della popolazione, cui hanno contribuito gli immigrati (38.900 in media ogni anno dal '98 al 2002, di cui il 60% sono soggetti provenienti da altre regioni, il 40% dall'estero), ma soprattutto - come negli anni precedenti - le donne. Le forze di lavoro femminili sono infatti aumentate di 19mila unità. La pressione dell'offerta di lavoro delle donne è stata tale che il tasso di disoccupazione femminile è rimasto sostanzialmente invariato al 4,5%. Invece, per i maschi, l'aumento dell'occupazione (+8000) in eccesso sull'aumento delle forze di lavoro (+5000) riduce il già minimo tasso di disoccupazione dal 2,3% del 2002 all'1,9% del 2003.
Entrando nel dettaglio dei settori, in agricoltura continua la riduzione di addetti: nel 2003 il numero di lavoratori impiegati nel comparto si è ridotto ulteriormente di 5000 unità (-4%).
Aumenta invece l'occupazione nel terziario, ma a ritmo notevolmente inferiore rispetto agli anni scorsi: +1,5% (16mila unità) contro il +2,5% che è la media del periodo 1998-2003.
Il settore che più di tutti incrementa il numero di addetti, anche rispetto agli anni precedenti, è invece l'industria: l'aumento è del 2,5% (17mila unità) contro una media dell'ultimo quinquennio del +1,5%.
Il Rapporto segnala inoltre che nell'ultimo biennio l'aumento dell'occupazione è stato maggiore che in quello precedente, contemporaneamente a un andamento del PIL di segno esattamente opposto. Come spiegare questo fenomeno? Varie le risposte possibili, che possono tutte contribuire a spiegare il fenomeno: la prima fa riferimento ad un aumento dell'occupazione dovuto alla recente regolarizzazione degli immigrati (già forse al lavoro come irregolari negli anni scorsi) e, dunque, agli effetti positivi di un periodo di crescita economica precedente. Inoltre - seconda ragione - la dinamica dell'occupazione risponde con ritardo alle variazioni dell'attività produttiva e dunque, anche in fase di ripresa, ci sarà da aspettarsi un non immediato incremento dell'occupazione. Infine, poiché l'incremento dei salari è inferiore all'inflazione, il costo del lavoro si è abbassato mentre è aumentata l'offerta di lavoro da parte delle famiglie sempre più impegnate a far "quadrare i bilanci". Questo può aver convinto le imprese ad adottare tecnologie produttive a più largo impiego di lavoro, anche e soprattutto flessibile.
"Anche nei momenti di stagnazione economica - commenta l'assessore regionale al lavoro Mariangela Bastico - il nostro mercato del lavoro si dimostra solido, ben strutturato e con spiccati elementi qualitativi: l'alto tasso di occupazione, la partecipazione delle donne, la continua espansione nel terziario. Tuttavia, in questo quadro comunque positivo, cerchiamo di focalizzare gli elementi di criticità per indirizzare più efficacemente le nostre politiche del lavoro. Tra queste criticità c'è sicuramente la condizione delle lavoratrici: continuiamo a registrare una loro debolezza nel mercato del lavoro - sono più precarie, meno pagate e con percorsi di carriera più difficili - che non corrisponde all'alto contributo che offrono alla società regionale. In generale, sono dunque necessarie politiche per rendere meno precario il lavoro, in un contesto più complessivo di politiche di welfare e di sicurezza sociale volte a rafforzare nelle persone la sicurezza nel futuro".
Passa dal lavoro femminile la "tenuta" del benessere della società regionale
Il tasso di occupazione femminile passa dal 58,9% del 2002 al 60,2% del 2003 superando addirittura l'obiettivo europeo per il 2010 del 60%.
Nonostante la positività di questo dato, emergono, per quanto riguarda l'occupazione femminile, elementi di criticità. Rispetto al fenomeno della crescita dell'occupazione a fronte di un'economia stagnante, il Rapporto avanza un'interpretazione secondo cui "la riduzione dei redditi reali delle famiglie spinge ad un aumento dell'offerta di lavoro nelle componenti che ne hanno ancora una ‘riserva' e cioè su quelle prevalentemente femminili". Insomma, per arrivare alla fine delle mese le famiglie si sono organizzate aumentando la quota di lavoro esterno svolto dai membri della famiglia stessa, in particolare donne, spesso già gravate da pesanti carichi di lavoro familiare. La società regionale, in sostanza, starebbe compiendo uno sforzo (che è tutto sulle spalle delle donne) per non ridurre il suo livello del benessere. Questo fenomeno continua a sostenere l'occupazione e i livelli di reddito delle famiglie, ma diffonde insoddisfazione a livello individuale perché fa crescere la percezione di povertà individuale - i salari hanno perso potere d'acquisto - e perché la tenuta del reddito viene ottenuta a prezzo di pesanti fatiche. A questo punto, rileva il Rapporto, le donne hanno soprattutto bisogno di una migliore qualità del lavoro.
La percezione della povertà: più elevata di quella reale
Per "famiglia povera" o per "individuo povero" si intende una famiglia o un individuo la cui spesa mensile è inferiore alla spesa media familiare o individuale. In Emilia-Romagna il numero di famiglie classificabili in questo senso sono circa il 4.5% (contro l'11% a livello nazionale). Gli individui definiti poveri sono invece il 5% (contro il 12,4% a livello nazionale). Le famiglie appena al di sopra della linea della povertà (la cui spesa è di poco al di sopra della spesa media) sono circa 96mila (5,7%) che, sommate alle famiglie povere, dà, in regione, una percentuale del 10% di famiglie con problemi economici.
Diverso dall'essere in condizioni di povertà è il "sentirsi poveri": le famiglie che in Emilia-Romagna dichiarano di sentirsi povere sono circa 120mila (7,2%). La differenza tra i poveri (come detto il 4,5%) e coloro che "si sentono" poveri è molto più elevata a favore di questi ultimi, mentre a livello nazionale la povertà oggettiva è all'11% e quella soggettiva è all'8,7%. Perché, in Emilia-Romagna, a differenza di quanto accade a livello nazionale, la povertà percepita è maggiore di quella reale? Il Rapporto fornisce un'interpretazione di questo fenomeno facendo riferimento "a uno specifico malessere sociale che va oltre quello oggettivo in quanto è più diffusa la presenza di famiglie che riescono a stare sopra la linea della povertà in quanto a reddito familiare complessivo, ma al prezzo di una somma di redditi individuali mediamente bassi". In sostanza, le famiglie della Regione hanno saputo reagire a difficoltà economiche crescenti, ma avendolo fatto mediante l'accettazione anche di lavori poco pagati per impedire il deterioramento del reddito familiare, si sentono povere nonostante oggettivamente si possa dire che non lo sono.
Da lavoro atipico a lavoro standard: i tassi di transizione
Il Rapporto si sofferma ad esaminare i tassi di trasformazione da lavoro atipico a lavoro standard (dipendenti a tempo pieno e indeterminato più autonomi a tempo pieno) che sono mediamente più elevati che a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2002 gli atipici che sono rimasti atipici sono il 37,1% per gli uomini (contro il 45,7% nazionale) e il 60,9% per le donne (62,2% a livello nazionale). I lavoratori atipici che sono diventati standard sono il 39,3% tra gli uomini (37,8% in Italia) e il 23,1% tra le donne (24,6% a livello nazionale). Secondo il Rapporto, questi dati - pur essendo comunque positivi - segnalano che il modello della "flessibilità buona", caratteristico della Regione, comincia a mostrare le prime falle, in particolare per quanto riguarda la componente femminile, più implicata nel lavoro atipico di quanto non lo siano i maschi. "Il processo di trasformazione dei contratti atipici - commenta l'assessore Bastico - si è rallentato. Il nostro timore è che questo immetta elementi di precarietà e che, a lungo andare, questo modifichi la capacità produttiva del nostro territorio che da sempre si basa sulla qualità. La precarietà crea incertezza nelle persone e rischia inoltre di bloccare i processi di qualificazione delle imprese".
Le caratteristiche della disoccupazione: rara la lunga durata
I dati relativi alla disoccupazione di lunga durata e al suo peso sulla disoccupazione complessiva mettono in luce che nella nostra regione i lavoratori privi di occupazione da più di 12 mesi sono stati 12mila nel 2003, valore che corrisponde allo 0,6% del totale delle forze di lavoro (contro una media nazionale del 5%). Modesta anche la quota dei disoccupati di lunga durata sul totale delle persone in cerca di occupazione che si attesa nel 2003 sul 21,1%. Tale dato indica che in Emilia-Romagna circa i 4/5 dei disoccupati trovano una nuova occupazione entro un anno dal momento in cui hanno perso la precedente (in Italia, il 58,1% dei disoccupati permane in questa condizione per più di 12 mesi.
Per saperne di più
Il "Rapporto su economia e mercato del lavoro" (file .pdf, 443 KB)
Le schede del Rapporto sui territori provinciali (file .pdf, 2,7 MB)
