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(22/07/04) Gli interinali: adulti disoccupati o giovani precari

Non sono in cerca di prima occupazione, sono per lo più adulti disoccupati, e hanno un forte bisogno di formazione. È questo l'identikit dei lavoratori interinali in Emilia-Romagna che emerge da un'indagine realizzata nei mesi fra gennaio ed aprile 2004 dall'Istituto di ricerche sociali (IRS) per conto dell'Agenzia Emilia-Romagna Lavoro.

L'indagine si fonda su 2331 interviste telefoniche mediante le quali è stato possibile scoprire i destini occupazionali, le esigenze e le esperienze di formazione professionale dei lavoratori temporanei in Emilia-Romagna avviati a missioni nel corso del 2001. E' da sottolineare che gli avviati alle missioni sono solo una parte dell'utenza che si presenta agli sportelli delle agenzie, visto che, su quest'ultima, è svolta una selezione per il definitivo avviamento al lavoro. Ne viene che le caratteristiche dei lavoratori esaminati dall'indagine sono fortemente influenzate dalle esigenze delle agenzie di rispondere alle specifiche richieste delle aziende. D'altra parte, se per i servizi pubblici è spesso nota la percentuale degli avviati al lavoro sul totale di coloro che si dichiarano disponibili a svolgere un impiego, lo stesso dato non è quasi mai noto per le agenzie private
In merito alla condizione di partenza dei lavoratori interinali esaminati, l'indagine sfata innanzitutto la tesi secondo cui le agenzie private operino prevalentemente su soggetti in cerca di prima occupazione, appena usciti dal sistema scolastico o universitario. Il 36% degli intervistati è infatti formato da adulti disoccupati, con basso livello di istruzione, che stanno cercando attivamente lavoro da diverso tempo: il 64% di essi da 6 mesi, il 17,5% da più di un anno. Questi lavoratori dichiarano di utilizzare il lavoro interinale soprattutto per cercare nuovi contatti con le imprese.
Il 20% circa è invece costituito da giovani precari sotto i 29 anni, che cioè hanno avuto, per lo più, esperienze di lavoro a termine. Hanno un'istruzione media, soprattutto di tipo tecnico o professionale, sono per metà donne, e sembrano usare il lavoro temporaneo in misura maggiore per tentare esperienze qualificanti, anche se non è irrilevante il numero di coloro che si rivolgono al lavoro interinale a seguito di difficoltà di inserimento stabile nel mercato del lavoro.
Un altro 20% è formato da lavoratori adulti, al 60% maschi, con un precedente lavoro a tempo indeterminato che hanno abbandonato per lo più volontariamente (volontariamente può significare anche che il lavoratore è stato incentivato a lasciare il lavoro, in caso di crisi aziendali). Si tratta di persone con livelli di istruzione medio-bassi, ma con competenze professionali anche molto specifiche, che usano le agenzie come strumento per velocizzare la ricerca di un nuovo lavoro. Questa categoria risulta la più forte, in termini occupazionali, rispetto a quelle sin qui esaminate: la posizione lavorativa può trasformarsi ben presto in un'occupazione stabile.
Infine, vi è un 23,4% di studenti che usano l'esperienza interinale perché ben si concilia con lo studio e per integrare le proprie risorse con redditi da lavoro.

I destini occupazionali dopo il lavoro interinale e le carriere
La principale scoperta dell'indagine è che l'esperienza di lavoro interinale generalmente "riproduce" le condizioni di vantaggio o di svantaggio che le persone interessate possedevano prima di fare ricorso alle agenzie private. Lo dimostra ad esempio il fatto che gli adulti disoccupati sono quelli che hanno maggiore difficoltà a ricollocarsi nel mercato del lavoro. Dopo la missione di lavoro interinale, molti ricadono infatti nello stato di disoccupazione: nel dicembre 2003 (ultimo mese oggetto di rilevazione) solo il 19,6% degli appartenenti a questo gruppo era occupato con lavoro stabile.
I giovani con esperienze di lavoro flessibile hanno esiti occupazionali migliori e, a dicembre 2003, il 36% di loro aveva un contratto stabile.
Una parte di essi, dunque, continua ad essere esclusa da opportunità di stabilizzazione contrattuale, soprattutto le giovani donne diplomate, rischiando di trasformare le esperienze di lavoro flessibile in una "trappola della precarietà".
Per quanto riguarda gli studenti, più della metà di loro, nel 2003, è occupata (ma in ambiti totalmente differenti da quelli delle missioni interinali, a riprova delle esigenze provvisorie che questi avevano nei confronti dell'esperienza lavorativa di due anni prima), mentre il 20% si dichiara ancora studente.
La conclusione dell'indagine è dunque che il lavoro interinale sia "neutrale" rispetto alle caratteristiche pregresse delle persone avviate: in un contesto come quello emiliano-romagnolo (dove le probabilità di transizione al lavoro stabile sono nel lungo termine elevate per tutti), i più avvantaggiati restano i soggetti adulti con esperienze specifiche di lavoro a tempo indeterminato, così come è probabile che i disoccupati tornino nella condizione di disoccupazione, oppure che gli ex lavoratori flessibili continuino ad avere contratti di natura precaria. Configurandosi come un'esperienza mediamente breve, il lavoro interinale non sembra offrire soluzioni consolidate per l'inserimento occupazionale delle fasce deboli.

La formazione, meglio quella trasversale
La brevità e la frammentarietà del lavoro interinale fa sì che non vi sia un grande impatto sulla formazione della persona. Semmai sono le competenze trasversali (ad es. la capacità di relazionarsi con i colleghi e con il datore di lavoro) che vengono sviluppate di più. In modo minoritario sono invece rafforzate competenze tecniche specifiche. D'altra parte, le aziende che utilizzano lavoratori interinali coinvolgono raramente questi ultimi in azioni formative (a parte le micro attività finalizzate all'inserimento immediato nelle postazioni di lavoro). Dalle risposte degli intervistati, risulta che solo il 14,7% degli stessi ha avuto esperienze formative e per il 48% di questi la durata di queste esperienze è stata inferiore alle 8 ore. Questi scarsi risultati sono anche dovuti al fatto che Formatemp, il fondo bilaterale per la formazione dei lavoratori interinali, sia partito, nella sua piena operatività, proprio nel 2001.
D'altra parte, emerge una forte attenzione dei lavoratori interinali per la formazione personale. Lo dimostra il fatto che un ulteriore 25% degli intervistati ha frequentato corsi di formazione professionale (in questo caso non finanziati da Formatemp) e che il 22% di loro dichiara di volerlo fare nel prossimo futuro.
Dall'indagine, emerge anche come ben il 60% dei lavoratori interinali esprime una preferenza netta per una formazione di natura trasversale: ad esempio a favore di tematiche generali come l'organizzazione del lavoro, la lingua inglese, nozioni di informatica, abilità relazionali, tecniche di ricerca del lavoro, tecniche di compilazione del proprio curriculum. Sono competenze che vengono percepite, soprattutto da questi lavoratori, come necessarie per "muoversi" meglio in un mercato del lavoro sempre più frammentato. Questo aspetto fa emergere una possibile distanza fra le esigenze formative espresse personalmente dai lavoratori flessibili e la tendenziale programmazione della formazione continua, che tende a privilegiare i lavoratori assunti con contratti a tempo indeterminato già dotati di livello di istruzione medio-alto e soprattutto maschi. "Per i lavoratori interinali e per i sempre più numerosi lavoratori atipici - commenta l'assessore regionale al lavoro Mariangela Bastico - si conferma che la formazione è un elemento fondamentale per la loro occupabilità e le prospettive di stabilizzazione. Si tratta di una vera e propria politica attiva per il lavoro. In questa direzione ci siamo mossi, destinando risorse regionali, nazionali ed europee per questa tipologia di lavoratori. Questa scelta viene rafforzata se, come pubblico, riusciremo a coordinarci con la programmazione dei fondi interprofessionali, che gestiscono risorse derivanti da obblighi di legge e quindi certe e continuative, proprio per garantire una formazione trasversale per questi lavoratori. Oltre alla formazione, ci stiamo anche impegnando sul tema delle certificazioni, sia dei percorsi formativi che di quelli lavorativi, per costruire la carriera esterna di questi lavoratori".
"Anche per quanto riguarda il lavoro flessibile - conclude l'assessore - l'obiettivo primario è quello di aumentare in questo paese il numero di lavoratori che fa formazione sul lavoro, riducendo l'enorme distacco che ci divide dagli altri paesi europei. Corriamo infatti un grave rischio: se aumenta la quota di lavoro precario su cui non si investe attraverso la formazione, le aziende stesse impoveriranno la loro dote di innovazione e di qualità a tutto svantaggio della competitività del nostro sistema economico".

 

Per saperne di più
La sintesi della ricerca dell'Istituto di ricerche sociali (.doc, 39 KB)

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